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venerdì, 28 marzo 2008

coltrane for lovers

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Il corpo finale mi ero rifiutato di vederlo. L’idea di trovarci un’espressione inventata dai tiraggi degli imbalsamatori mi faceva orrore: non volevo rischiare di vedere il volto di Cher o di Ivana Spagna sovrapposto a quello di mio padre.

Quando entrai nell’appartamento, rividi tutti i suoi calendari appesi alle pareti: un’infinità di tette e culi che erano stati il Viagra iconografico dei suoi ultimi tempi. Che cosa si fa in questi casi? Non mi era mai morto un padre e dovevo inventarmi scelte che non sapevo.

Stivare tutti i culi e le tette in uno scatolone era molto più che seppellirlo una seconda volta; significava cancellare la sua gioiosa identità di vecchio porco; ma appendere trenta calendari di donne nude in camera mia, e farne una specie di sexy shop, la vedevo piuttosto dura. Fra le tre, forse soltanto mia madre e mia figlia avrebbero capito.

Accesi lo stereo. C’era il CD Coltrane for Lovers, l’ultimo che gli avevo regalato due settimane prima. Lo tolsi e lo misi nella custodia giurando che lo avrei ascoltato tutti i giorni: è in questo modo, mi chiesi, che si fa rivivere un padre?

Come si fa ad accettare il senso di colpa quotidiano provocato dalla perdita di memoria? Quando ti accorgi che le ore del ricordo diminuiscono, che finirai col pensarci dieci minuti al giorno e poi i giorni senza ricordo aumenteranno così tanto?

Guardare almeno una volta al dì le “sue” tette e i culi con il sottofondo di Coltrane for Lovers?

E poi cravatte, pantaloni, camicie, scarpe, calzini, mutande, canottiere…

Tenerne un paio di ogni articolo nel mio armadio?

Mi metto una sua camicia spesso e mi dico che è quella di Nesso, ma i calendari non li ho appesi: non ascolto tutti i giorni Coltrane for Lovers. Non ho mai voluto vedere mio padre morto, e non l’ho più rivisto vivo: direbbero i soldati di La Palice.

Domani riesumerò un calendario sexy e ascolterò Coltrane. A mio padre piacevano la figa e il jazz.

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postato da: MariaStrofa alle ore 12:16 | link |
categorie: nature morte, il più bello
mercoledì, 31 ottobre 2007

i miei infiniti complessi d'Edipo

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Se è vero che un bambino soffre del complesso di Edipo, e invidia il padre che si scopa la mamma, mi chiedo quanti complessi di Edipo ho avuto io nell'infanzia. Duecento? Trecento?

Questa nella foto non è la mamma: è Miss cinema **** e finalista al concorso di Miss Italia **** come si vede qui sotto, tra Ubaldo Lai e Silvio Noto.

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Miss Cinema****  faceva la commessa nel negozio di mio padre a Jesolo. Mio padre cambiava due commesse all'anno e Miss Cinema era senza dubbio la più cozza di tutte (iperbole per dire delle altre).

I suoi amici ancora mi raccontano di quando andava alla Mostra del Cinema di Venezia e rilasciava autografi perché lo scambiavano per un attore.

Passavo tutte le estati nel negozio, circondato da strafighe bestiali che per accattivarsi il papi mi facevano la corte: se ne può vedere un saggio qui sotto dove Miss Cinema**** abbraccia Maria Strofa (che in mezzo a tanta bellezza ha declinato di comparire per pudore).

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Plurimi complessi di Edipo a parte (mio padre si scopava tutte le mamme stagionali che avevo accanto), sono cresciuto con la convinzione di essere una persona molto bella e affascinante, allevato da strafighe che mi adoravano, sì, ma solo per compiacere mio padre; di conseguenza, subii un trauma notevole quando mi accorsi che, a genitore assente, perdevo il potere di attrarre le donne: le commesse smettevano di pacioccarmi e le ragazzine della mia età non mi cagavano nemmeno di striscio.

Da allora misi quel broncetto tuttora persistente che si può vedere nel template a destra.

Perché poi non erano soltanto le commesse che mio padre rinnovava nel letto con frequenza stagionale, ma eserciti di clienti tedesche, olandesi, che lui riusciva a invitare a cena dopo due secondi che passavano davanti al negozio (e Dio solo sa che non esagero).

Mi ci volle molto tempo per capire che non avevo né il fascino né il fisico del ruolo di mio padre, molto molto tempo. Continuai a lungo a uscire per strada illudendomi che prima o poi qualcuna sarebbe caduta ai miei piedi: ma nessuna cadde mai. Sì, ero caruccio, ma dov'erano quel fascino irrestistibile, quel savoir faire di mio padre? Perché lui aveva la bellezza, il talento, e a me queste cose mancavano del tutto?

E siccome non potevo superarlo su questo terreno (ma che dico superare, nemmeno tentare di emularlo minimamente), mi vendicai di lui nel solo modo che potevo.

Mio padre leggeva qualche libro (ma soltanto se c'era bisogno di conquistare una donna lettrice: le regalava Camus o Sartre e li leggeva pure!). I libri, però (anacoluto), potevo leggerne più di lui.

Cominciai a comprarne e comprarne e ne accumulai tanti (e ancora continuo) per cercare di eguagliare, in numero, le donne che aveva avuto. Sì, nel numero dei libri, almeno, lo superai.

Ero invidioso di mio padre, presi a detestarlo: mi raccontai la fola che è meglio essere colti e intelligenti piuttosto che belli e vanesii. Mi contrapposi al bello come bestia intellettuale: stabilii la predominanza dello Spirito sulla Materia.

Menzogne, placebo, palliativi: influenzato dalle strafighe sin dalla più tenera età, ho desiderato per tutta la vita avere le strafighe del papi; i libri sono stati una misera consolazione, una protesi leopardiana.

Mio padre è morto da qualche anno: fino all'ultimo lo accudirono andando d'amore e d'accordo:

1) mia madre (separata da lui quando avevo 4 anni)

2) la sua morosa (ultima in ordine di tempo)

3) un'altra sua ex morosa

4) decine di ex morose che mi telefonavano ogni giorno per sapere le ultime

E tutte si consolarono a vicenda!

Io non ho avuto il suo genio virile, non ho avuto la sua prestanza, non ho avuto le sue donne, la facile magia delle sue conquiste.

Anche se faccio finta, molte volte, per cercare di convincermene, io non volevo diventare Dostoevskij, Flaubert, Sterne: io volevo diventare mio padre. Volevo essere lui. A me non me ne fotteva un cazzo della cultura, dell'essere intellettuale. Io volevo la figa. E tutta quella che aveva avuto lui.

E così, oltre a non poter essere come mio padre, non sono diventato nemmeno Dostoevskij, Flaubert, Sterne.

Adesso non me ne rammarico. E' passato troppo tempo e guardo a mio padre con la gioia di avere osservato da vicino, di averlo abbracciato (e di esserne stato generato, nonostante tutto) il mito Casanova, il mito Don Giovanni.

E poiché sono ancora invidioso di lui, pur amandolo alla follia in memoria e in effigie, e avendolo amato altrettanto in vita, gli chiedo perdono: non sono nemmeno abbastanza distaccato da riuscire a farne un tipo letterario.

Perdonami, papi: ma eri troppo esagerato nell'essere bello e figo e io non ho il talento che ci vorrebbe per renderti immortale :-)

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postato da: MariaStrofa alle ore 16:13 | link |
categorie: librellule, il più bello

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