"Vostra Signoria, - disse Sancio "che cosa è successo? Niente più barba e baffi, capelli lunghi, ma un volto glabro e gentile... voi siete..."
"Una donna, Sancio, una donna. Gli incantatori e i maghi hanno smesso il sortilegio che mi faceva apparire al mondo con le fattezze di un uomo sui cinquanta anni: robusto, segaligno, di viso asciutto. Eppure, nel primo capitolo è scritto chiaramente che io mi chiamavo Chisciada e che presi il nome di Don Chisciotte dopo aver chiamato Ronzinante il mio cavallo. E io stessa, pur sapendo chi ero, non potevo agire altrimenti. Una donna, Sancio..."
"Ma avreste dovuto dirmelo, Vostra Signoria: se mia moglie sapesse che sono lo scudiero di una donna... Non permetterebbe di certo che io trascorra l'esistenza con voi, le notti insieme..."
"Non potevo fare diversamente, testa di rapa. Nel momento in cui cercavo di rivelare la mia identità, ecco che la mia bocca diceva altro, costretta dagli incantatori e dai maghi a rivelarmi come un uomo."
"Come Maria Strofa?" chiese Sancio.
"Come chi?"
"No, lasci stare Vostra Signoria. Devo avere subìto anch'io il sortilegio di un incantatore perché volevo dire una cosa e mi è uscita una domanda che non avevo nemmeno pensato. Io non so nemmeno chi sia questa Maria Strofa."
"Sarà la serva di un mago, caro amico Sancio: costei lo avrà pregato di accomunare il suo nome al mio in un delirio di megalomania: poiché io diventerò la creatura più immortale fra tutte quelle di cui sarà scritto e apparire accanto a me anche soltanto per errore... Ma chi può dire ciò che accadrà?
Non so quanto gli incantatori mi lasceranno queste mie fattezze. Sono convinta che riprenderò fra poco le sembianze di un uomo, che tu dimenticherai questo episodio e che la persona incaricata di scrivere le nostre gesta non ne farà mai menzione. Ma finché posso parlare, soltanto per il desiderio di dire la verità, senza alcuna aspettativa che essa trionfi...
Io sapevo che erano mulini, Sancio, ho sempre saputo ogni cosa: sapevo ma ero costretta ad agire perché la mia volontà era posseduta. Non c'è bisogno di essere donna Chisciada per sperimentare questo: in ogni storia d'amore è presente la duplicità di cui ti sto parlando. Già mettere al mondo un figlio pare a me l'impresa più donchisciottesca che ci sia: ma gli incantatori al servizio della Natura infiammano i corpi di tanto desiderio che la conoscenza biblica diventa cosa assai vagheggiata.
Se non fossimo vittime di incantamento, zimbelli dei maghi, Sancio, dimmi tu come si potrebbe prendere in mano quell'orrido pisello che ora si indurisce, ora si affloscia, quella biscia fetente che al culmine dell'eccitazione ci sputa in faccia o nella pancia gocce vischiose di latte salato. E, eziandio, lasciare che ci venga infilato dentro...
Non c'è donna che, con il tempo, non finisca con il vedere uno scarrafone nel figlio che ha dato alla luce e un gorilla idiota nell'uomo che le dorme accanto. Rutti, scoregge, tradimenti, mugugni, partite di calcio: trovamene una che non dica eppure lo amo, oh com'è dolce invecchiare insieme, certo, come no, dare la lingua in bocca e sentire la dentiera che traballa, dedicare tutta la vita a una persona per l'incantamento dell'abitudine.
E deve trattarsi davvero di incantamento, se consideri che ogni altro uomo appare desiderabile in un primo momento, come tutti, per poi rivelarsi il medesimo gorilla idiota. Oh, ben lo sapeva Madame Bovary..."
"Chi è Madame Bovary, Vostra Signoria?"
"Madame Bovary c'est moi, Sancio. Vedo nel futuro e so che ci sarà costei a dire di me ciò che non ho potuto dire io per colpa degli incantatori. Tutti gli uomini sono Charles Bovary, grossolani, hanno i peli lunghi nelle orecchie, sono disgustosi, dispotici, ma tutti gli altri non sono da meno... Siamo costrette a innamorarci, Sancio, ad amare e a convincerci che l'amore salverà il mondo. Ma l'amore è il fisico... e tutto il resto sono soltanto scherzetti idioti, dirà Leautaud. I maghi, la Natura, ci obbligano ad amare e finché amiamo difendiamo la nostra scelta con gli incantamenti della ragione..."
"Gli incantamenti della ragione?"
"Sì, Sancio, non c'è incantesimo più orribile di quello a cui si dà il nome di ragione. Una facoltà che non serve altro che a giustificare i nostri obblighi, a cospargere di un velo di zucchero la merda della nostra esistenza, a guarnire di libera meraviglia l'automatismo della vita, l'incantamento che ci obbliga a occuparsi di esistenze altrui. E poi... l'abitudine, l'abitudine... il più grande incantamento che ci sia. Ma questo credo che lo dirà Proust. In amore, nel cosiddetto amore, l'abitudine è il sortilegio più abbietto e feroce.
Che cosa vuoi che sia, Sancio, scambiare i mulini per giganti? I burattini per soldati moreschi? Un gregge di pecore per un esercito? Che cosa vuoi che sia? Mettere al mondo un essere umano e poi curarne un altro... nulla più di questo. Nulla più di questo... Come mi pesa l'elmo di Mambrino..."
"Vostra Signoria, mi pareva che voi foste una donna poco fa ma vedo che siete il Don Chisciotte che conoscevo."
"Che stupidate vai dicendo, Sancio? Andiamo... in cerca di nuove avventure..."
[L'immagine iniziale di Donna Chisciada è mia. L'ho elaborata io con un programma di ritocco grafico.]
"Come hai detto, scusa?"
"Gabryella: volevo dire che era tua ma per colpa di un incantatore, che mi ha fatto un sortilegio, ho scritto che era mia."


- Un gigante!

- Noooo... signoria vostra, nooo...
- Bravi, bravi... Maria, Maria... ancora un altro spettacolo di burattini. Ancora...
No, bambini, adesso è ora di andare a letto.

- Guarda te che vita ci tocca fare... Burattini ci chiamano... Burattini saranno quei libretti del cazzo. Io sono Don Chisciotte... Sancho, Sancho!

- Dica, signoria vostra...
-
- Andiamo a dormire, sono tutto rotto... Ti dirò che anche stavolta, benché sapessi che era tutta una finzione scenica - e che io dovevo fare finta di scambiare un mulino per un gigante... quello che ho visto mi pareva proprio un gigante e niente affatto un mulino.

- Era un gigante, signoria vostra, lo era eccome. Sono i poveri di spirito che vedono il mulino al posto del gigante. I maghi incantatori riescono ancora oggi a convincere i lettori che lei è un pazzo. Poveri lettori: si illudono di giudicare e non si accorgono di essere loro le vittime...
Pure quel Cervantes, quel poveretto che ha raccontato la nostra storia, la più formidabile di tutti i tempi, è stato vittima degli incantatori e, in virtù di un sortilegio, mi ha sempre costretto a dire falsità... Lo hanno obbligato a creare un dualismo tra me e lei che in realtà non c'è mai stato... e tutto questo per mettere ancora più in risalto la pazzia dei cavalieri erranti. Ma non ci sono mai stati mulini, signoria vostra, sempre e soltanto giganti.

- Sempre e soltanto giganti, Sancho... mio meraviglioso scudiero. Chi vede mulini dove ci sono giganti, vada a farsi esorcizzare... o smetta di leggere!
.
[Immagine di SENZAQUALITA]
[La foto 7 è stata modificata da un originale tratto dal blog di DianaLove]
.
In riferimento al post precedente, Calpurnia Salgari in sereno atteggiamento d'attesa. [SENZAQUALITA]

[Maria Strofa, al centro, incontra nel limbro i personaggi letterari inediti - autoscatto]
Don Chisciotte, Raskolnikov, Madame Bovary, Don Abbondio, Amleto, e tanti altri di questa schiatta sublime, continueranno a vivere sulla Terra quando tutti noi avremo concluso il transito.
Essi furono prima che noi fossimo, ed essi saranno quando noi non saremo più: i personaggi letterari sono immortali e, dunque, più reali delle persone in carne e ossa che affollano il mondo.
E che materiali sono mai carne e ossa, se la carta (e ora anche il più ineffabile bit) riesce a donare l'immortalità all'organismo che ne è costituito?
Dire io vivo, per un essere umano, è un'ipotesi non suffragata dai fatti. La vita è sogno che ci sogna, Volontà Schopenhaueriana che finge di volere, un dagherrotempo sbiadito nell'album di foto nuove: una fugace resipiscenza di infiniti abissi che ci trasse alla luce fredda, e subito freddata, del neon essere.
I morti, anche i grandi autori morti, si dimenticano in fretta: i loro personaggi ne usurpano la fama. La fagocitano e poi la trascendono.
George Steiner racconta di un Flaubert agonizzante che disse: Io muoio e quella puttana della Bovary mi sopravviverà.
Si può dimenticare il nome dell'autore ma un personaggio letterario non si dimentica mai. Conosci il gatto con gli stivali ma che cosa mi dici di Perrault?
E sai di Don Chisciotte, della sua avventura con i mulini: ma ti sfido a dirmi il nome di almeno un mulinaro registrato all'anagrafe.
Perché, perché parli di filantropia, di interesse verso il prossimo, se anche tu conosci soltanto nome e avventure dei personaggi letterari?
I veri padroni della Terra, gli Dèi assoluti: ecce litterariae personae!
Ma se sappiamo che gli Dèi abitano qui con noi e che abiteranno la Terra anche dopo... dove? dove abitano, invece, i personaggi letterari mai venuti alla luce?
I personaggi letterari degli scrittori inediti? Dei manoscrittari?
Quei miliardi di animule vagule blandule che vivono (per ora) o vissero soltanto nel cassetto e nella mente del manoscrittaro?
Qual è la loro sorte? Chi sono? In che luogo si trovano? Che cosa fanno?
A breve darò la risposta. E racconterò del mio viaggio quando li incontrai.
Intanto rivelo soltanto il nome del luogo in cui giacciono: Il LIMBRO.
[rpst]
.
.
Un interessantissimo viaggio per immagini in un altro limbro, qui
Prima di concludere, un piccolo passo indietro. Il luogo dove mi trovavo si chiamava l'Infinito Margine Bianco ed era il luogo di raccolta di tutti i libronauti: quei lettori che, entrati fisicamente nella dimensione libro, ne erano poi stati espulsi per avere compiuto azioni sovversive contro l'ordine costituito del testo.
Io ero entrata nei Promessi Sposi e, per voler proteggere Lucia, avevo cercato di calmare i bollori di Don Rodrigo offrendomi in sacrificio. Ma quando Don Rodrigo tentò di farmi la festa, fui espulsa dal libro e mi trovai nell'Infinito Margine Bianco.
Manzoni non aveva previsto che Don Rodrigo scopasse con me, e il testo non accettava variazioni di sorta.
L'Infinito Margine Bianco è uno spazio che circonda il pianeta Libro; pianeta che gira su sé stesso e intorno al sole come la Terra. Mentre gira, tutte le pagine del pianeta sono aperte. Al confine dei margini di ogni pagina, e cioè a margine dei margini, ha inizio l'Infinito Margine Bianco, uno spazio territorio che che si diparte da ogni pagina estendendosi all'infinito. Da lì non si torna più indietro. Si può soltanto recarsi in un luogo scrincellato a piacere.
Secondo alcuni libronauti, con cui ebbi modo di parlare, esisteva una formula magica in grado di riportare tutto alla normalità. Chi avesse trovato questa formula, sarebbe tornato a casa annullando l'incantesimo senza bisogno di scrincellare eternità nuove. Chi diceva fosse vero, chi la considerava soltanto una leggenda.
Il testo che mi fu dato da scrincellare era una poesia ermetica di tale Rino Guidazzi intitolata:
Non chiedere al semaforo rosso di diventare verde prima che sia concluso il ciclo della sua ipostatizzazione luminosa, poiché anche i semafori hanno un concetto sincronico della trascendenza e sono il diaframma gestaltico della rappresentazione del sé lacaniano.
Purtroppo, il titolo non era scrincellabile per statuto.
Ecco il testo della poesia:
Occasioni
oh
chimere
leggerezza
Ormai ero rassegnata a dover trascorrere tutta l'eternità nell'Infinito Margine Bianco quando, presa dalla disperazione, scrincellai tre parole che erano un atto d'accusa alla mia vita di lettrice. Un epitaffio sulla mia tomba intellettuale. La fine, sì, ma coronata da uno sberleffo.
Scrincellate le tre parole, la cabina cominciò a girare su sé stessa finché io non mi sentii risucchiare da un vortice e, dopo un lungo volo, mi ritrovai a casa mia, nel punto esatto dal quale ero partita.
Quella che avevo scrincellato era davvero la formula magica: la sola formula capace di spezzare l'incantesimo con cui il libro ci attira e ci perde, la formula in cui è racchiuso il senso di tutta la letteratura.
Tre parole: la prima di 5 lettere, la seconda di 3 lettere, la terza di 5 lettere. Chi non riesce a scrincellarle può trovare la formula, qui.

[Immagine di gabryella SENZAQUALITA]
Schopy, Schopy...
Dimmi, Platy.

Mentre la Strofa è impegnata a scrincellare l'eternità, ti va di fare un dialogo?

Ma certo, sai bene che io parlo soltanto con te e Kant.

Ho come l'idea che le abbiano riservato l'inferno. Quale eternità rigida e immutabile non verrebbe a noia prima o poi? Metti che la Strofa riceva un testo sufficientemente ampio e riesca a scrincellare ciò che vuole... ma...

Non riuscirà nemmeno a fare questo. Nei limiti di tempo di due ore scolastiche che le sono stati assegnati è impossibile. Avrà sempre il timore di avere dimenticato qualcuno o qualcosa. Un amico di cui non si ricordava al momento, prima di mettere la parola fine... il cagnolino morto. E gli oggetti? La natura umana è fatta in modo tale che anche costruendo un Paradiso, rimpiangerai di non averci collocato il portamatite che avevi sulla scrivania.

Sì, ci sono problemi strutturali legati al testo assegnato e alla possibilità di scrincellarne un'eternità ideale. Mi pare che sia Mark Twain in Viaggio in Paradiso a dire che vivere un'eternità sentendo gli angeli suonare musica celestiale è peggio dell'Inferno.

Ogni cosa eterna è un inferno. In primo luogo non avrà mai tutto, veramente tutto, ciò che vuole; ma anche riuscendo a scrincellare la sua idea di Paradiso, mettendoci il più possibile di cose... Come sopravviverà per esempio al rimorso di non avere resuscitato Giordano Bruno? O tutte le vittime della storia morte ingiustamente? Sarebbe questa la sua idea di eternità felice? Godere gli agi di una vita eterna, ad esempio, tra sesso droga e rock 'n roll, e non fare nulla per risarcire gli umiliati e offesi?

E me e te... ci richiamerà in vita? Avrà parole sufficienti per scrincellare tutti i libri che ha ora? Sopporterà di essersi dimenticata di un libro, anche di uno solo, che non potrà mai più vedere per l'eternità?

Povera stella, non so che cosa accadrà ma tutto ciò che le è capitato assomiglia a un incubo dal quale non so come farà a uscire. O se ne uscirà, dovrà vivere un'eternità da lei scrincellata senza più nemmeno potersela prendere con la Volontà o con ciò che altri chiamano Dio.

L'idea di felicità che c'è nel mondo terreno non può essere trasportata in un'eternità che non la rende ipso facto possibile: visto che la felicità umana è connaturata alla precarietà dell'esistenza. In un'eternità ideale non esisterebbe nemmeno la felicità. Che cosa scrincellerà mai?

Vorrei saperlo anch'io. E gli altri, al posto suo, che eternità scrincellerebbero?... Mi pare che abbia ricevuto il libro ora... vediamo...
(continua)
"Tu sei sicura che con questa pozione io riuscirò a entrare nei libri per carpirne i segreti?" chiese Ferrucci alla maga Sabrina Metallicafisica.
"Sì, Paolo, bevine tre cucchiaini al giorno, dopo i pasti, e sarai in grado di entrare nei libri. Potrai carpirne i segreti più reconditi e diventare il più grande scrittore di tutti i tempi."
Finalmente accadde ciò che il manager scrittore di mistery agognava da tempo...
Una domenica pomeriggio, Ferrucci stava leggendo Mistero etrusco a Manhattan di George Falletty quando avvertì un improvviso senso di vertigine.
Ferrucci distolse lo sguardo dal libro, sollevò il capo, e vide Jane Batton che giaceva languida sul letto. Un'imponente cascata di capelli biondi le nascondeva quasi per intero il viso.
Jane, seminuda, indossava un body grigio perla. Le gambe appena divaricate erano tormentate da un tremito impercettibile: un presagio tenue della furibonda galoppata d'amore che avrebbe fatto di lì a poche ore con il suo ganzo James Falloppio.
"Chi sei tu?" chiese Jane Batton vedendo Ferrucci materializzarsi nella sua camera da letto.
"Stavo leggendo di te e del tuo libro, quando ci sono finito dentro" disse Ferrucci.
"Esci subito di qui o chiamo la polizia" strillò Jane Batton.
La vista di quella preda indifesa e impaurita infiammò il desiderio di Paolo Ferrucci che si slanciò sul letto pronto a violentare Jane. Le descrizioni erotiche del libro lo avevano eccitato e ora poteva scoparsi il personaggio letterario in carta e ossa.
Jane cercò di difendersi dall'attacco: agitava le braccia e le gambe, dimenava la testa, ma continuava a rimanere distesa sul dorso, come se il tronco fosse inchiodato al letto.
Jane era vincolata alle leggi del testo letterario, e il testo la vincolava alle lenzuola del letto; l'autonomia motoria di cui lei disponeva era subordinata ai dettami dell'autore e non poteva in alcun modo spingersi sino al punto di operare cambiamenti o mutare radicalmente posizione per difendersi dall'attacco di Ferrucci.
Ferrucci le saltò addosso, ma mentre stava per penetrarla, proprio nel momento in cui il suo giasone stava per immergersi nella colchide, fu risucchiato da una forza possente, e rimase sospeso a mezz'aria come un gatto tenuto per la collottola.
Poi vide le pareti e il soffitto vorticargli attorno, più forte, sempre più forte, quasi che la stanza fosse una lavatrice e Ferrucci si trovasse nel momento di massima centrifuga.
Ferrucci uscì a razzo dalla finestra, volò in aria per circa trecento metri, cozzò contro un palo della luce, cadde svenuto e, quando si risvegliò, si trovò rotto e pesto nella poltrona dalla quale era partito.
Che cosa era accaduto?
L'autore del lbro non aveva previsto che Ferrucci copulasse con un suo personaggio, sicché il libro, nel cui corredo cromosomico erano contenute le informazioni atte a farlo funzionare, di fronte a un corpo estraneo che voleva introdursi e modificare la fisiologia dell'organismo, si era comportato come il corpo umano attaccato da un virus.
Il libro aveva prodotto un potentissimo anticorpo che aveva espulso Ferrucci senza ucciderlo, perché anche la sua morte (per fortuna) non era prevista dalla sceneggiatura del testo.
"La fantasia letteraria è molto più rigida della realtà e non tollera l'intrusione di elementi estranei" si disse Ferrucci vuotando nel lavandino il flacone di sciroppo che faceva entrare nei libri. "Ho molte più possibilità nella vita reale" concluse mestamente.
[L'immagine 1 è di leo, la 2 dal blog di DianaLove, la 3 di pipopipo21]
.
Nel blog di unovalelaltro, qui, è stata postata una mia foto in cui sono nuda (come mamma mi ha fatto). Non avrei mai voluto che la mia privacy fosse violata in questo modo, ma ormai che il danno è fatto, e la mia immagine è di pubblico dominio, la ripropongo anch'io.
.
Marya desnuda
.
[Questo post, per chi non desideri leggerlo, lo si può ascoltare recitato da cassiodorov: qui]
Mia nonna Emilia si ammalò il 5 novembre 1998.
Io non so se sia vero che il romanzo è morto, come si dice da più parti, ma che i romanzi si ammalino, anche gravemente, è fuori discussione.
Mia nonna Emilia non era proprio mia nonna Emilia ma il titolo del mio primo romanzo dedicato a mia nonna Emilia.
Stavo facendo le ultime correzioni a penna quando sentii il manoscritto aumentare di temperatura fino a diventare così caldo che, nel giro di pochi secondi, scottava come una patata bollente.
Appena il tempo di sorprendermi, che il malloppo di carta fu colpito al sistema nervoso; il manoscritto si agitò come un ossesso: pareva che un ventilatore invisibile sparasse violente folate d'aria tra i fogli, mettendoli in tale fibrillazione che gli A4 rimasero per lungo tempo in balia di prolungate convulsioni spasmodiche.
Terminato l'attacco, i margini delle pagine diventarono di colore violaceo; tra le righe, e in qualche caso anche sopra le righe, comparvero dei puntini rossi che si ingrandirono trasformandosi in grosse bolle giallastre destinate a scoppiare in rapida progressione.
Nel saggiarne alcune con la punta di una matita, uno schifoso liquido verdognolo zampillò con tale forza da schizzarmi fin sugli occhiali. Il vetro delle lenti non subì alcun danno, ma il liquido produsse sulla carta effetti devastanti, corrodendola e bucherellandola un po' ovunque.
Quando la febbre, che nel frattempo continuava ad aumentare, raggiunse il punto critico, al romanzo venne una crisi epliettica: le pagine che non avevano mai smesso di tremolare del tutto dilatarono a dismisura le pupille del testo (le o, e gli occhielli di a, e, g, p, q, b ,d).
Dai margini superiori dei fogli, filamenti bavosi discesero a piè di pagina, finché, a conclusione di forti convulsioni in cui gli angoli si ripiegavano e i bordi si increspavano in movimenti ondulatori e sussultori, le pagine si irrigidirono di colpo, facendosi dure e spesse come cartone.
Il mio primo romanzo si era ammalato gravemente. Per fortuna ne avevo una copia sull'arduo disco del computer ma...
(continua)
[Le illustrazioni La scrittura e La serenata dei folli sono di Mila Audaci, portatrice di un blog letterario, qui, molto ma molto raffinato. Suo è anche il blog Libri necessari.]
- Guardi, non ce la faccio più - disse il barone Rigalberto alla grande scrittrice di romanzi rosa Elettra Montaguti Tamarindo.
Il barone Rigalberto era un personaggio così vivo e così ben tratteggiato che non gli mancava nemmeno la parola. Alla sera, Elettra Montaguti Tamarindo, dopo che aveva finito di scrivere qualche capitolo, si intratteneva in piacevole conversazione con il barone Rigalberto la cui vocina sottile ma chiara usciva dalle pagine dei libri.
- Che cosa c'è, barone? - chiese Elettra Montaguti Tamarindo.
- Io devo fare una cagata - disse senza mezzi termini il barone. - Sono anni che non cago, che lei non mi fa mai cagare. Ciò 'na pancia, se vedesse, che scoppia. Per favore, anche se devo conquistare la duchessa Fanfulla de' Sospiri, non mi interessa. Lei mi faccia cagare anche quando sono a colloquio con lei. Mi faccia scoreggiare, faccia ciò che vuole ma io ho questo desiderio. Non ce la faccio più.
Elettra Montaguti Tamarindo era posta di fronte a un dilemma atroce. O accontentare il barone Rigalberto e fargli fare una bella cagata, o mettere fine alla serie che l'aveva resa l'autrice più famosa di romanzi rosa.
Tutto era nato da quando il critico letterario Alemanno Fantaccini aveva stroncato Elettra Montaguti Tamarindo in un clamoroso articolo del Corriere della Sera. Elettra Montaguti aveva fatto l'errore di leggerlo al Barone Rigalberto. Il brano incriminato recitava così:
Ricchi, coraggiosi, belli e spericolati, è proprio al cesso che gli eroi rosa mostrano tutta la loro vulnerabilità. Negli altri generi letterarii, di qualcunque colore, anche se gli autori tralasciano di indicare quando e quante volte un dato personaggio vada di corpo, noi possiamo rappresentarcelo mentre caga senza che, a cagione di ciò, lui perda un'oncia del suo carisma.
Si pensi a Don Chisciotte, per esempio, a Raskolnikov, Renzo Tramaglino, Sandokan, Enea. Ma anche a Padre Brown o al cardinal Federigo: personaggi che rimangono in odore di santità pur tra l'odore dei sanitari.
Si provi a immaginare, invece, quel che sarebbe degli eroi rosa se li si potesse soltanto sospettare di fare la cacca, di sporcare le mutande, di produrre un colore meno pastello. Non esisterebbero più. Diventerebbero troppo simili ai comuni mortali, ai mariti e ai fidanzati dai quali le lettrici vogliono evadere.
Esposte al sole della realtà, le albine creature rosa si brucerebbero la pelle e l'anima dissolvendosi.
- Duchessa Fanfulla - disse il barone Rigalberto - vorrei l'onore di questo ballo, ma prima se permette... devo fare una cagata pazzesca.
Il barone scoreggiò fragorosamente, sorridendo.
Terminate di scrivere queste parole, Elettra Montaguti Tamarindo mise la parola fine al suo ultimo romanzo. Era anche la fine della sua carriera di scrittrice. Ma Elettra aveva scelto la felicità del barone Rigalberto; per quanto fosse un personaggio letterario, lei aveva avuto la forza di accontentare il suo grande amico e figlio.
[Immagini di pipopipo21]
La locanda di gabryella è una storica locanda frequentata da grandi scrittori.
Il servizio e la ristorazione sono ineguagliabili; tutto è sempre filato liscio, tranne qualche piccolo incidente: come quella volta che...
**
[Entra Gustave Flaubert] - Ho una prenotazione a nome Flaubert.
Menico [garzone che lavora alla locanda] - Buongiorno Signore: due posti, vero?
Flaubert - No, solo uno.
Menico - Ma qui c'è scritto Gustave Flaubert e Madame Bovary. La prenotazione è per due. Non viene la Signora?
Flaubert - Ignorante: Madame Bovary c'est moi.
**
[Entrano i moschettieri] - E' pronto il nostro tavolo?
Menico - Ecco qui, signori: un tavolo per tre.
I moschettieri - Ignorante: noi siamo in quattro.
**
[Entra Arthur Rimbaud] - Ho prenotato a nome Rimbaud
Menico - Entri, Signore, e si accomodi: questo è il suo tavolo.
Rimbaud - No, non è per me.
Menico - Non è per lei?
Rimbaud - Ignorante: Je est un autre.
**
[Entra un russo]
[Menico, vedendolo, si entusiasma] - Si accomodi, Signor Dostoevskij.
Il russo - Ignorante, io sono il sosia.
**
[Entra una compagnia teatrale] - Abbiamo prenotato a nome Artaud.
Menico - Ecco qui il vostro tavolo da venti posti.
Artaud - Ignorante, ce ne volevano quaranta.
**
[Entrano un visconte e un cavaliere] - Abbiamo prenotato a nome Italo Calvino.
Menico - Ecco qui il vostro tavolo da due posti.
Il visconte e il cavaliere - Ignorante: ci serviva soltanto mezzo posto.
**
[Entra Pirandello]
[Menico, appena lo vede] - Senta lei, io mi sono rotto di fare la figura dell'ignorante. Per quanti dovevo riservare, che non ho mai capito? Per uno, nessuno o centomila? Ma vada un po' affanculo lei e maria strofa. Io mi licenzio.
[Alla locanda succedono anche fatti magici. Il vento le ha preso il cappello, la sciarpa è diventata ala pronta al volo]
**
Il geipèg della locanda Senzaqualità, a cui è dedicato il post, è di erostratos. L'immagine, didascalia compresa, è di pipopipo21]
**
[entra un uomo barbuto]
menico: - e lei, chi diavolo è?"
ludwig feuerbach: - per il momento sono nessuno, ma appena mi darai da mangiare sarò ciò che mangerò [SENZAQUALITA]
ludwig feuerbach - Ah... un'altra cosa... mi apparecchi anche per Dio che l'ho inventato io.
**
[entra Jules Renard]
Menico – Buongiorno, Signore. Il suo nome?
Renard – No, lasci perdere, non ho prenotato. Aggiunga pure un coperto al tavolo di Ferrucci e metta sul suo conto.
Menico – Come desidera, Signore.
Ferrucci – Scroccone!
[erostratos]
**
Sempre con Pirandello:
Menico- Lei ha prenotato, vero?
Pirandello - così è, se vi pare.
**
**
[Entra una compagnia un uomo mezzo piegato] - prenotazione a nome D'annunzio
Menico - Ecco qui il vostro tavolo per uno.
D'annunzio- Ignorante, ce ne volevano, Io superuomo e SuperMan
[PassoDiBradipo]
**
un tavolo per doctor Jekyll & mrs Hyde
prego>,-))
e che sia un po " nascosto"
**
3 posti anche per il dio cristiano, ed altrettanti per charles mingus.
**
Ho prenotato per molti e diversi, ma vedo che basta un posto solo. Che inquietudine (F. Pessoa)
**
Sono Vladimir, verrei a cena con il mio amico Estragon... può preparare anche un terzo coperto? Sa, aspettiamo un amico.
Permesso?... Posso entrare?
[Una voce dall'interno] Chi va là?

Sono un libro: non è c'è ingresso libro qui? Vorrei entrare.

Ingresso libro ma non libero. Fornisca le sue generalità. A lei chi l'ha scritto?

Egidio Scalzacani. Mi chiamo Allibisce l'allievo nel veder l'alligatore. Non ho diritto di alloggio?

Un attimo che controllo... Il suo nome non risulta.

Be', mi conoscono i parenti dell'autore, la sua morosa, il suo fruttivendolo, una puttana da cui l'autore è andato, l'editore che l'ha pubblicato e sei testimoni di Geova che l'autore ha fatto entrare a condizione che comprassero il libro. Sono un libro, comunque: non ho diritto di alloggio anche se così pochi mi conoscono?

No. La democrazia in letteratura non esiste, sa? Non si può stabilire una carta costituzionale secondo cui tutti i libri sono uguali davanti a chi legge! In letteratura vince il più forte, quello che esibisce muscoli letterari più possenti, che mostra più resistenza nel tempo: quello che oltre ad affascinare i contemporanei, affascina anche i posteri e diventa un classico.
E anche tra i classici ci sono classici maggiori o minori. Qui, dentro le mura della cittadella, Shakespeare alloggia in un castello, Il Ricciardetto di Forteguerri dorme su una branda. Ma ci sono libri anche nelle fogne. Non c'è democrazia in letteratura.

E io dove vado, allora?

Per me può andare anche a farsi fottere: non mi riguarda. Nell'immaginazione tutti sono grandi scrittori: ma non basta. Non ha letto le iscrizioni che sono incise sull'arcata dell'ingresso?

No, sono un po' miope. Che cosa dicono?

Una è di Karl Kraus e dice Chi scrive libri lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo.
La seconda è di Jean de La Bruyère e dice Il merito di certi uomini è scrivere bene; di altri, non scrivere affatto.
Libri ce ne sono già tanti, qui c'è già la crisi degli alloggi. Dovessimo prendere tutti i libri degli scalzacani... Per fortuna ogni tanto diamo lo sfratto a qualcuno: gente come Paul de Koch o Johanna Schopenhauer.
Grande successo all'epoca e oblio nel futuro. Quando sono completamente dimenticati li sbattiamo fuori dalla cittadella e dormono all'addiaccio. Non c'è democrazia in letteratura. Vince il più forte.

E allora io devo... Io sarò...

Sì, deve dormire fuori... Non si preoccupi. Ci prenderemo cura di lei, comunque...

[Dopo un mese] E anche questo Scalzacani è andato... Seppelliamolo, mettiamogli una croce e non se ne parli più.
Post dedicato a Loreto van de Velde che ha composto la foto dell'ingresso libro suggerendomi una storia.
Qui, la locandina di erostratos sulla storia d'amore a 4 tra Gaja, Iannozzi, Angelini e Ferrucci.

geipèg di totascientia (penserEnsuite)