Il corpo finale mi ero rifiutato di vederlo. L’idea di trovarci un’espressione inventata dai tiraggi degli imbalsamatori mi faceva orrore: non volevo rischiare di vedere il volto di Cher o di Ivana Spagna sovrapposto a quello di mio padre.
Quando entrai nell’appartamento, rividi tutti i suoi calendari appesi alle pareti: un’infinità di tette e culi che erano stati il Viagra iconografico dei suoi ultimi tempi. Che cosa si fa in questi casi? Non mi era mai morto un padre e dovevo inventarmi scelte che non sapevo.
Stivare tutti i culi e le tette in uno scatolone era molto più che seppellirlo una seconda volta; significava cancellare la sua gioiosa identità di vecchio porco; ma appendere trenta calendari di donne nude in camera mia, e farne una specie di sexy shop, la vedevo piuttosto dura. Fra le tre, forse soltanto mia madre e mia figlia avrebbero capito.
Accesi lo stereo. C’era il CD Coltrane for Lovers, l’ultimo che gli avevo regalato due settimane prima. Lo tolsi e lo misi nella custodia giurando che lo avrei ascoltato tutti i giorni: è in questo modo, mi chiesi, che si fa rivivere un padre?
Come si fa ad accettare il senso di colpa quotidiano provocato dalla perdita di memoria? Quando ti accorgi che le ore del ricordo diminuiscono, che finirai col pensarci dieci minuti al giorno e poi i giorni senza ricordo aumenteranno così tanto?
Guardare almeno una volta al dì le “sue” tette e i culi con il sottofondo di Coltrane for Lovers?
E poi cravatte, pantaloni, camicie, scarpe, calzini, mutande, canottiere…
Tenerne un paio di ogni articolo nel mio armadio?
Mi metto una sua camicia spesso e mi dico che è quella di Nesso, ma i calendari non li ho appesi: non ascolto tutti i giorni Coltrane for Lovers. Non ho mai voluto vedere mio padre morto, e non l’ho più rivisto vivo: direbbero i soldati di La Palice.
Domani riesumerò un calendario sexy e ascolterò Coltrane. A mio padre piacevano la figa e il jazz.
