[Questo post, per chi non desideri leggerlo, lo si può ascoltare recitato da cassiodorov: qui]
Mia nonna Emilia si ammalò il 5 novembre 1998.
Io non so se sia vero che il romanzo è morto, come si dice da più parti, ma che i romanzi si ammalino, anche gravemente, è fuori discussione.
Mia nonna Emilia non era proprio mia nonna Emilia ma il titolo del mio primo romanzo dedicato a mia nonna Emilia.
Stavo facendo le ultime correzioni a penna quando sentii il manoscritto aumentare di temperatura fino a diventare così caldo che, nel giro di pochi secondi, scottava come una patata bollente.
Appena il tempo di sorprendermi, che il malloppo di carta fu colpito al sistema nervoso; il manoscritto si agitò come un ossesso: pareva che un ventilatore invisibile sparasse violente folate d'aria tra i fogli, mettendoli in tale fibrillazione che gli A4 rimasero per lungo tempo in balia di prolungate convulsioni spasmodiche.
Terminato l'attacco, i margini delle pagine diventarono di colore violaceo; tra le righe, e in qualche caso anche sopra le righe, comparvero dei puntini rossi che si ingrandirono trasformandosi in grosse bolle giallastre destinate a scoppiare in rapida progressione.
Nel saggiarne alcune con la punta di una matita, uno schifoso liquido verdognolo zampillò con tale forza da schizzarmi fin sugli occhiali. Il vetro delle lenti non subì alcun danno, ma il liquido produsse sulla carta effetti devastanti, corrodendola e bucherellandola un po' ovunque.
Quando la febbre, che nel frattempo continuava ad aumentare, raggiunse il punto critico, al romanzo venne una crisi epliettica: le pagine che non avevano mai smesso di tremolare del tutto dilatarono a dismisura le pupille del testo (le o, e gli occhielli di a, e, g, p, q, b ,d).
Dai margini superiori dei fogli, filamenti bavosi discesero a piè di pagina, finché, a conclusione di forti convulsioni in cui gli angoli si ripiegavano e i bordi si increspavano in movimenti ondulatori e sussultori, le pagine si irrigidirono di colpo, facendosi dure e spesse come cartone.
Il mio primo romanzo si era ammalato gravemente. Per fortuna ne avevo una copia sull'arduo disco del computer ma...
(continua)
[Le illustrazioni La scrittura e La serenata dei folli sono di Mila Audaci, portatrice di un blog letterario, qui, molto ma molto raffinato. Suo è anche il blog Libri necessari.]
Cari lettori, quando consigliai Paolo Ferrucci di aprire un blog, e gli siglai il primo commento, non immaginavo che la sua stella sarebbe brillata così luminosa nel firmamento. Recenti sviluppi mi hanno portata a chiedermi (ma il senso di questa domanda si svelerà solo alla fine... se questo è un uomo...)

Qui lo vediamo ritratto da Decablog: crocifisso alla sua passione per Gaja Cenciarelli.
Eccolo fotografato da erostratos mentre si rifocilla con un gustoso manicaretto alla locanda di gabryella. Ferrucci ha tentato di circuire anche la locandiera e lei si è vendicata servendogli un topo in luogo del cappone richiesto.

Ferrucci è un personaggio poliedrico: lo vedete farsi una pera mentre triana è svenuta e gabryella lo riprende di nascosto.
Il Ferrucci in una delle sue versioni più famose: Ferrucciòlmes fotografato sempre da erostratos.
Ferrucciòlmes non usa la lente di ingrandimento soltanto per rilevare impronte. Spesso e volentieri la usa per guardare la sineddoche delle signore.

E' un uomo passionale, come abbiamo detto!
Ferrucci osserva attentamente la sineddoche di casalingaprecaria che indossa un abito di erostratos

Qui, invece, Ferrucciolmes osserva la sineddoche di gaja cenciarelli in due versioni diverse (gaja, non la sineddoche!)
[gabryella]
[erostratos]
Ma la cosa più sensazionale deve ancora venire, siori e siore, e tutti voi alla fine vi chiederete come mi sono chiesta io... se questo è un uomo...
Ferrucci non è soltanto il commentatore d'animo buono che tutti i portatori di blog conoscono. Per amore si trasforma in o'malamente.
La sua metamorfosi cominciò quando Ferrucci si candidò a pretendente di gaja cenciarelli la cui sineddoche conosceva bene per averla tante volte osservata con la lente di ingrandimento. Eccolo alla guida della carrozza che porta al rapimento di gaja cenciarelli.
Ferrucci si era intrufolato subdolamente in una storia d'amore di gaja, trasformandola con il suo intervento in una sceneggiata.
[erostratos]
Ma chi, chi poteva immaginare quali doti avesse nascoste Paolo Ferrucci! Un'arma, la sua, che si è rivelata vincente. Siori e siore... ecco Ferrucci ritratto da oyrad G.B. Moroni che mostra fieramente la sua... armatura...
Minchia, Ferrucci: ma che hai lì sotto?
Anche la ritrosetta e viperina gaja, in una locandina di gabryella, dopo aver visto il pacco dono di Paolo Ferrucci, non accetta che casalingaprecaria si intrometta e tenta di strozzarla.
Siore e siori... io allora mi chiedo se questo è un uomo! O, forse... è un uomo chiamato cavallo?
Che cosa abbia lì sotto Ferrucci è facile immaginare, facile da scoprire (per chi non tema di scoprir morendo); molto meno facile rivelare Il mistero etrusco: il nuovo romanzo di Paolo Ferrucci nella prestigiosa edizione Sylvestre Bonnard in uscita a marzo e di cui si può leggere un'anticipazione in questa pagina.
Signori: se comprate il libro di Paolo Ferrucci vi verrà un... mistero etrusco... come il suo! Signore: regalate il libro di Paolo Ferrucci ai vostri uomini!
Paolo Ferrucci: uno scrittore! Un mito! Qui il suo blog.
Uno scrittore, un mito e una minchia, aggiungerei...
Anche suor Pralina fotografata da erostratos osserva compiaciuta il... mistero etrusco di Paolo Ferrucci. Pralina ne ha prenotate tre copie da regalare al suo bioverdurix.
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[erostratos]
[Qui per leggere la nuova puntata della vita di Paolo Ferrucci]
Avevo scritto un racconto che si chiamava l'inedito di Flaubert. No, si chiamava L'inedito di Dostoevskij... ma non importa. Potevo anche mettere L'inedito di Proust o di Tolstoj.
Racconto il racconto, per farla breve.
C'era una tipa maniaca di Flaubert che andava tutti i giorni in libreria e stava per molti minuti davanti allo scaffale della narrativa straniera. Immobile in un punto preciso: senza mai muovere lo sguardo.
- Desidera qualcosa? - le chiedevano i commessi vedendo 'sta povera catatonica.
- Cerco un libro di Flaubert - faceva lei scocciata.
I libri di Flaubert li aveva però tutti (anche la lista della spesa) sicché il commesso dopo avere snocciolato un po' di titoli si chiedeva che cazzo mai cercasse di Flaubert.
La tipa approfittava di un momento in cui non era osservata, e usciva furtivamente dalla libreria. Come faceva a dire che cercava un inedito di Flaubert? Eppure era tanto l'amore che aveva per questo scrittore che sperava sempre accadesse un miracolo.
Davanti allo scaffale della narrativa straniera guardava sempre alla lettera effe. E quando andava all'estero, comprava un sacco di libri di Flaubert perché con i titoli in lingua straniera le sembravano tanti inediti.
Ho svilito il racconto (pubblicato qualche annetto fa su it.cultura.libri e poi da una rivista parrocchiale) ma... cosa dire quando si crede di avere scritto un racconto di narrativa e ci si trova, invece, ad avere fatto una profezia?...
La tipa del racconto sono io, e quando vado in libreria davvero mi soffermo davanti allo scaffale dei classici per vedere se ci sia un libro nuovo di Dostoevskij, di Tolstoj, di Flaubert... Quel racconto descriveva una mia ricorrente perversione.
Il miracolo è avvenuto! Oggi. Guardavo più o meno svogliata quando... Era lì. C'era...
Mi sono cagata addosso. Mi sono cagata addosso.
Alla fine del 2003 nel cassetto di un mobile appartenuto alla nipote di Flaubert vengono ritrovati quattro scritti inediti. Yvan Leclerc che è direttore del Centre Flaubert (per email mi arriva anche il suo bollettino), accerta che si tratta davvero di inediti di qualità.
Mi sono cagata addosso.
L'Italia è un paese di poeti, di navigatori e di santi che non ci sono.

[Loreto van de Velde - nhuada]
Gran libro che parla di un impostore. Tradotto da
; qui il suo blog.
Ma l'impostore di cui vorrei occuparmi non è quello del libro di Tobias Wolff.
L'impostore è:
Stendhal.
Uno dei suoi libri più famosi:
Stendhal sostiene di essere stato così amico di Rossini da avergli prestato un abito.
Rossini, leggendo la biografia, si incazza come una bestia. Non ho mai conosciuto quell'impostore! E quello Stendhal non mi ha mai prestato una minchia di abito! (il tono è questo anche se le parole sono mie)
Rossini ha disconosciuto Stendhal per un litigio... o Stendhal è davvero un impostore?
Stendhal scrive una Storia della pittura completamente copiata. Aneddoti sui pittori li prende da Carpani.
Prendo i miei beni là dove li trovo dice Stendhal citando Moliére se i miei libri resisteranno, chi farà caso ai granelli d'oro presi nel fango?
Memorie di un turista sì, ma anche:

Tutto quando scritto qui è riportato da:
Secondo me, la più bella biografia di sempre (anche superiore alla leggendaria Vita di Samuel Johnson di Boswell)
Morale della favola: non necessariamente per essere scrittori (Stendhal è scrittore sublime) occorre essere onesti.
Aleardo Filarini era un dongiovanni del tipo bastacherespìri-noi-'nabòtta-celadiàm.
Aleardo Filarini incontrò Arnolfa Cesarani dal tabaccaio sotto casa. Mentre uscivano, da un cespuglio bisunto di capelli a triple punte, all'Arnolfa cadde un fermaglio a forma di farfalla.
- Oh grazie, non mi sta mai su - disse Arnolfa ringraziando Filarini che si era piegato a raccogliere il fermaglio.
Arnolfa non era una bellezza; ma raramente gli uomini se ne accorgevano, diremo parafrasando l'incipit di Via col vento. Gli uomini non se ne accorgevano, nel caso di Arnolfa, perché appena la sua sagoma si profilava ai loro occhi distoglievano lo sguardo nell'mpossibilità di sostenerlo.
Tralasciando i momenti di quando lei si guardava allo specchio, è lecito dire che 'na figa così brutta non si era mai vista.
- Che bella farfalla, - disse Aleardo Filarini - lei ama le farfalle?
- O czì - risose Arnolfa che aveva mosce tutte le lettere dell'alfabeto, mica solo la erre.
- Io ho una splendida collezione di farfalle, vuol venire a vederla?
- Sbolentiero - rispose Arnolfa che, attraverso la chiostra di pochi denti gialli e irregolari in cui si salvava dalle otturazioni solo un dente del giudizio spezzato, intendeva dire volentieri.
Aleardo aprì la porta di casa, fece accomodare Arnolfa sul divano e in quel preciso momento, tutte le farfalle della collezione, alla vista di Arnolfa, se ne volarono via in preda al panico.
[Immagini di pipopipo21]
In amore, invece, gli scritti volano e le parole restano.
Nosce te ipsum.
Conoscere sé stesso. Dopo di che non è più possibile vivere insieme con sé stesso.

Flaianus mi hai rotto er cazzum! Tu stai lì a fare la dolce vita mentre io vengo sbatacchiato ogni volta che la Strofa vuol far credere che è colta e che conosce il latinorum.

C'è sempre una lingua che non si conosce. Shakespeare non conosceva il greco ma nemmeno Omero conosceva l'inglese.
Odi et amo... Ehi, Motti... Motti!

Sì?
Lascia stare quel marziano a Roma e vieni a fare all'amore, dài. Lo sai che da me troverai un sano erotismo.

Un sano erotismo? Ma è come dire una bella dentiera.

... diliges proximum tuum sicut te ipsum.
Che minchia significat?

... ama il prossimo tuo come te stesso.

Amare il prossimo è la forma più raffinata di disprezzo per il prossimo. Si ammette che non si può fare altro che amarlo: e che per tutto il resto è inutilizzabile.

Odi et amo...

In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza, essere capaci di andare a letto con la propria moglie.

Poi dicono che in Italia... Ma nel '900 mondiale... uno come Flaiano... me lo trovate? Secondo me, davvero, era un marziano a Roma.
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Di Ennio Flaiano si è occupato in tre post molto belli
Paolo Ferrucciòlmes (fotografia di erostratos), qui.
Prologo di erostratos KING al post:
[Un commentatore di Maria Strofa ha bucato, per ritorsione, una gomma all'auto di Edda Gableri]
Ammetto che ho sbagliato.
Pensavo di scrivere questo unico post e di risolverlo con la battuta finale. I romanzi di appendice continuano, ma quello di appendicite continuava per finta! Era solo per fare una battuta.
Macché.. nei commenti è stato un tutto un invito a continuare, come se io avessi pensato a un proseguimento.
Nei limiti della mia popolarità di condominio, mi ritrovo come il povero Conan Doyle che non aveva più giurisdizione su Sherlock Holmes; quando lo fece morire per liberarsene, insorse l'Inghilterra tutta! Doyle dovette riscrivere altre avventure accadute prima della morte del detective.
[Sherlock Holmes fotografato da erostratos mentre si traveste da Paolo Ferrucci]
Il Francesco Cartuscella mi è sfuggito di mano e ora appartiene ai commentatori! Vogliono sapere che cosa è accaduto dopo. Cartuscella non è più mio.
E adesso?... Posso cavarmela mandando un fiore a chi mi ha commentato aggiungendo non volevo continuare, mi spiace, sorry?
Cartuscella l'ho messo al mondo, ma è stato adottato dai commentatori del mio condominio che me l'hanno riaffidato in adozione: portalo a spasso ancora, dicono. Dite!... Volevo scrivere e mo mi tocca fare la baby sitter del VOSTRO Cartuscella!
Obbedisco: obtorto collo ma obbedisco.
Una soluzione semplice sarebbe quella di far morire Cartuscella. Uno scrittore ha potere di vita o di morte; e quando un personaggio non sa più come farlo muovere, lo fa schiattare e bonanotte.
Ma già si è visto quel che accadde a Conan Doyle: e inoltre, se continuazione deve esserci... facciamolo vivere ancora un po' questo Cartuscella prima di farlo sparire.
*
SECONDA PUNTATA del romanzo d'appendicite L'uomo che centrava la tazza del water
Il chirurgo che operò Cartuscella riuscì a salvare lo scrittore, portò a casa la chiavetta USB, lesse il romanzo e se ne innamorò (sia del romanzo sia dello scrittore). Il chirurgo si chiamava Angelica Cherubini. Donna bella, giovane e colta, quando seppe da Cartuscella che cos'era accaduto gli chiese di sposarla.
Cartuscella, che non si fidava più delle donne, esigeva da Angelica continue prove d'amore. Chiese ad Angelica di centrare la tazza del water mentre faceva la pipì: ma lei doveva stare in piedi e pure bendata!
Poi le chiese di sbreccare ogni piatto del servizio di Limoges appartenuto a Maria Antonietta
e, infine, non pago, le chiese di ingoiare il bisturi con cui lei l'aveva operato. Angelica non sopravvisse all'operazione, ma oltre al bisturi ingoiò anche la chiavetta USB.
Cartuscella quando capì che cos'era accaduto, chiese la riesumazione della salma. Purtroppo (o per fortuna) Angelica era stata cremata.
Cartuscella perse il suo romanzo, e per sopravvivere diventò paroliere del cantante Povia. L'ultima sua canzone, dedicata alla chiesa italiana fa così:
Quando i Ruini fanno no
che meraviglia
Quando i Ruini fanno no
l'Italia in culo se lo piglia!
Edda Gableri è stata vista di recente sullo yacht di Briatore. Chissà se riuscirà mai a farglielo ingoiare.
[Fine]
[Fine, sì, ho detto fine]
Mentre ricordo ancora che il nome di Cartuscella è ispirato al blog di PenserEnsuite, qui, ringrazio pipopipo21 per tutte le belle immagini che mi permette di usare.
La foto di Edda Gableri con la gomma bucata da un commentatore del blog di Maria Strofa è tratta dal blog meraviglioso di DianaLove.

Di secondo nome, dopo Maria, io faccio Arianna.
Finché Teseo (si chiamava Teseo mio marito) non mi piantò in asso, io non mi ero mica mai chiesta perché qualcuno pianti in asso qualcun altro.
Teseo non era un intellettuale, ma ciavèva un uccello, santi numi, che pareva il minotauro; l'uccello era per metà uomo: nel senso che l'uccello ragionava come un uomo ed era metà uccello nel senso che un uomo, come si sa, ragiona sempre con l'uccello. La nostra convivenza fu tutta un labirinto.
Per guadagnare qualcosa, cucivo vestiti mentre Teseo, che viveva grazie ai proventi del mio filo, andava con il suo amico Giasone a caccia di velli d'oro, bruni o rossi che fossero. Spargevano i loro spermatozoi dappertutto. Chiamavo quei due gli spargonauti.
Quando Teseo mi piantò in asso e io telefonai alla mia amica Strina per dirglielo, proprio nell'istante che stavo per aprire bocca, mi chiesi che cosa significasse quell'asso in cui qualcuno ti pianta.
Non so, ma a me càpita così... Pur essendo disperata, quando la mia mente formulò il pensiero Teseo mi ha piantata in asso, prima di desiderare il suo ritorno o di farmi compiangere da Strina, volli capire perché così tante volte io dico certe cose di cui non conosco il senso.
Presi fuori un mazzo di carte da briscola, guardai l'asso di bastoni, ma non riuscivo a intuire nessun senso logico nell'espressione piantare in asso.
Si dicesse ti pianto UN asso, invece che IN asso, magari si capirebbe che chi ti abbandona ha voluto, come dire, mettertela lì...
Ma IN...
Anche a immaginarmi di essere piantata lì, in quell'asso, non ne venivo a capo: sì ero piantata in asso ma perché la locuzione ha questo significato tragico? Guardatemi piantata in asso: è cosa forse deplorevole? Vi sembra che io soffra?
No, la spiegazione doveva essere un'altra...
Eravamo andati in vacanza in Grecia, quell'anno, sull'isola di Nasso, quando Teseo mi piantò: e Teseo era un tipo strano che, oltre ad avere l'uccello come un minotauro, appena trovava qualche ragazza che gli piaceva, mi lasciava sola per andarsela a spassare.
Poi, come tutti i mariti che si rispettino, tornava sempre a casa. Ma quella volta, quando trovò lei, Sirtakia Scopapòpulos, mi lasciò definitivamente.
- Maria: ti pianto in (N)asso e vado via con Sirtakia Scopapòpulos! - mi disse Teseo.
Io, per il dolore, persi la testa, così come accade alle parole quando si beccano l'aferesi e perdono la prima lettera. Accadde anche all'ocazzo quando si ammalò d'aferesi e rimase solo un cazzo, se ricordate questo post.
Teseo aveva piantato me, Arianna, in (N)asso.*
*[L'origine mitologica della locuzione piantare in asso è attestata sia dal DELI sia dal GDIDLI di Gabrielli]
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