Ciao a tutti: sono Silvia.
Minchia!

No, no: siamo caduti in basso qui: molto in basso. Si tenta di accreditare il classico pregiudizio scolastico (perché proprio nelle scuole gira questo luogo comune) che Giacomo Leopardi non sarebbe stato così pessimista se avesse avuto una donna. Addirittura fare dire minchia a uno dei più grandi poeti di tutti i tempi: colui che davanti a una donna di nome Silvia non ha detto affatto minchia ma ha scritto versi immortali. Laurence ti prego!

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
Meravigliosa, meravigliosa: non è un caso se io e Leopardi eravamo i poeti prediletti di Schopenhauer: il pessimismo, il senso tragico della vita ci accomuna nelle preferenze del grande filosofo che sul dolore della vita ha scritto pagine splendide.

E costui chi minchia è?

Harrison, che sei idiota lo sappiamo: ma non sai nemmeno leggere? E' Byron il grande poeta romantico.

Anche lui era pessimista perché non aveva donne?

Ho avuto più donne io, Harrison, di quanto mente umana possa concepire. Ma ciò non ha influito né sulla poesia né sulla mia concezione tragica e pessimistica dell'esistenza. Se valesse il luogo comune che affligge Leopardi, io avrei dovuto essere un inguarible ottimista. E invece...

Grazie, George Gordon: essere considerati grandi poeti soltanto perché non si ha avuto una donna è un po' deprimente. Tu ne hai avute tante; io no, e come diceva il mio amico Ranieri molto malignamente, sublimavo mangiando gelati e sbrodolandomeli addosso per l'ingordigia.

Tu sei sublime, Giacomo: lascia pure che dicano. Le malignità sui gelati, le donne che non hai avuto... Le donne che desideravi sono morte e, tranne quella che hai eternato, non hanno più nome. Tu splendi nel firmamento eterno. Di te si saprà sempre. Chi ti deride morrà sconosciuto: tu, invece, vivrai.

Meraviglioso chiamarsi Silvia quando un così immenso poeta come Leopardi ha dedicato una poesia a una donna di cui sono omonima. Troppo facile dirlo ora, lo so, e così... senza una controprova: ma io a Leopardi, per quei versi che ha scritto... gliel'av...
No, non dirlo: non è giusto nemmeno dirlo. Basta così.
[Foto di H.Newton tratta dal blog di DianaLove]
Mi hai scassato la minchia con 'sti post. Questa è l'epoca dei raccanzi o romonti. Oggi con un raccontino dei nostri ci fate un romanzo. Un post è un nostro paragrafo. E basta, su...
Vuoi ricordare qualche volta che la lettura è un'altra cosa? Tu fai i posterellini argutini, bellini, con i quadrini, i geipeghìni, ci cì ci ciò, pupù popò! Ma va' un po' a Jasnaia, brutta Poliana! [in russo la locuzione significa ma vai a farti fottere, brutta meretrice!]
Leone, ti prego: non farmi guerra. Tu sei grande, un sommo. Io scrivo solo menù... Non farmi guerra. Facciamo pace?

Vabbe', dài, fammi un commento.

Subito, Leone.
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Segnalo il bel post di Linnio Accorroni pubblicato da caLMa.
Sull'origine e funzione del linguaggio umano, credo che nessuno potrà mai dire la parola definitiva; sicché, quando mi chiedono che cosa io ne pensi, mi limito a raccontare l’esperienza fatta sul pianeta Erodoto da me esplorato ai tempi in cui ero la vice comandante dell’astronave spaziale De Saussure.

Un quadro in un museo è forse la cosa al mondo che ascolta il maggior numero di osservazioni stupide. [Edmond e Jules de Goncourt]
Il ritrovamento di questo aforisma, trascritto su un foglio, tra le carte di Edward Munch ha permesso alla critica d'arte Hilary Goodfellow di reintepretare il significato del famoso dipinto: il suo articolo è stato pubblicato una settimana fa dal News York Time. Ne riporto qui la parte finale:
"Questo porello qui non urla perché rappresenta l'angoscia dell'uomo moderno o l'animo dell'autore, come si è sempre pensato; questo urla perché non ne può più di sentire certe stronzate da parte di critici e visitatori."
"Pronto? Ho un guasto sulla linea ADSL."
"Mi spiace."
"Spiace anche a me. Mi sa dire quando potrà venire riparato?"
"Il guasto?
"Sì, il guasto sulla linea ADSL"
"Non lo so, vuole che le faccia i tarocchi?"
"Tarocchi?... Ma, scusi, questo non è il call center di Wips?"
"No, io sono Arturo Bersaglieri e questa è casa mia."
"Ma ho chiamato il call center, mi hanno detto di attendere... che rispondeva il primo operatore disponibile e mi ha risposto lei."
"Mi girano sempre le chiamate quando sono occupati. Mi danno qualcosa per intrattenere i clienti. Lei vuole ascoltare la musichetta o preferisce parlare con me?"
"No, no, parlo con lei: sono tre ore che ascolto I will survive di Gloria Gaynor... Senta, già che c'è può guardare se mi sono arrivati commenti sul mio blog? Vuvuvùpuntopatapùmpuntosplinderpuntocom."
"Un attimo... Ah ma che bel post che ha scritto."
"Grazie... quanti commenti ci sono?"
"Non ce n'è nemmeno uno."
"Strano... hanno tutti la linea ADSL guasta, si vede... Senta... non potrebbe lasciarmi un commento lei?"
"Certo, ma poi quando sarà riparata la linea ADSL lascerà un commento nel mio blog? vuvuvùpuntociucciaciucciapuntosplinderpuntocom... Prenda nota!"
"vuvuvù ciuccia?..."
"Sì ciucciaciuccia... ciuccia due volte..."
"Secondo lei quando sarà riparata la mia ADSL?"
"Chi può dirlo... non funziona nemmeno a me."
"E allora come fa a lasciarmi il commento?"
"Non lo so: io chiamavo il call center, hanno detto che mi passavano un operatore e mi ha risposto lei. La nuova frontiera del call center, si vede: mettono gli utenti in comunicazione fra di loro. Io, prima, di lei, in questi giorni, ho già parlato con tre casalinghe, quattro infermieri e sei studenti. O cambio gestore o stacco questa cazzo di ADSL. La saluto!"
Dedicato a Gaja Cenciarelli [Sinestetica], alla sua linea ADSL che non c'è più e alle sue fruttuose chiamate con il call center.

[Foto di Leo]
Se le parole non si desemantizzassero (questo inizio ricorda lo scioglilingua Se l'arcivescovo di Costantinopoli) perdendo nelle trasformazioni il significato originale, don Lisander non avrebbe avuto bisogno di chiamare così I promessi sposi: il titolo, more etimologico, suona pleonastico e ridondante. Sposi viene dal latino spondère che significa promettere e i promessi sposi sono i promessi promessi.
L'uomo che sposo non è si chiama scapolo perché è fuggito al cappio (da càpere + s privativo): la zitella, invece, è ancora ragazza (da zitta, forma toscanizzata di citta>piccitta = ragazza)
I coniugi, poi, sono come bovi: per dire delle gioie matrimoniali... perché stanno sotto lo stesso giogo (cum iùgum > coniugare) o sarà perché devono fare atto di sottomissione e passare sotto il giogo?
In cucina si usa dire che un vino ben si sposa a una pietanza (cibo di pietà che si dava in origine ai poveri) e le stoviglie una volta si riponevano nella credenza (mobiletto mobile in cui si chiudeva la vivanda assaggiata prima dal servo per fare la credenza al padrone che la vivanda non era avvelenata).
Una questione di fiducia, come la fede matrimoniale. Queste cose un po' le sapevo.
Finora, però, io non avevo mai nemmeno immaginato che anche le forchette convolassero a giuste nozze. Ma quando ho visto questa pubblicazione qui...
In questo post ricordavo che l'automobile era maschile per Guido Gozzano finché Gabriele D'Annunzio non ne cambiò il sesso considerandola femminile.
Per mettere d'accordo Gozzano e D'Annunzio, e per accontentare la moglie Emilia, mio zio Ginesio, che vive in California, ha optato per questa soluzione:
Molto difficile è stato mantenere il segreto, perché tanta, incontenibile, era la voglia di parlarne quando lo lessi in manoscritto: ora, finalmente, il libro è uscito. E da Adelphi: un romanzo di oyrad (che molti conoscono per il suo blog) con prefazione di Gabriella Alù: la più grande esperta mondiale di Proust dopo lo stesso Proust: citata per tre volte, e non a caso, nell'indice analitico della biografia di Jean-Yves Tadié.
James Zolfo, molti lo ricorderanno, è un personaggio minore del Jean Santeuil : oyrad riprende da Proust soltanto il nome del personaggio, facendogli compiere un viaggio ultraterreno che, secondo John Lanchester (autore di Gola) e critico letterario della London Review of Books, è degno di essere accostato a quelli di Virgilio e Dante (it's very daign to be accosted to Dante and Virgilio's infernal trips).
James Zolfo è un profondo conoscitore di pittura, e tanta è l'immedesimazione con la sua arte prediletta che un giorno, osservando un quadro di Poussin Et in Arcadia ego, ne viene risucchiato diventando un personaggio del dipinto:
James Zolfo ha così la possibilità di visitare il limbro, il luogo dell'Arcadia dove vivono i personaggi letterari mai nati. Di questo luogo, di cui riferisce anche il vangelo apocrifo secondo Maddalena, avevo già parlato qui.
Non è il caso di anticipare le avventure di James Zolfo nel limbro: quali e quanti personaggi lui incontri in un susseguirsi di vicende (anche molto piccanti) che lo rendono un romanzo tanto avvincente da essere definito sempre da John Lanchester come unputdownable. Soltanto un incontro vale la pena di narrare: quando James Zolfo incontra oyrad.
I motivi per cui anche oyrad è un personaggio dello straordinario romanzo di cui è l'autore si possono leggere nel suo blog.
Il post è un omaggio a decablog e al suo:
Bravate
Ludiche di un
Ordinario
Guascone
Un blog divertentissimo frequentato da un manipolo di entusiasti fedeli che apprezzano i suoi calembour, le locandine, le copertine dei libri.
Decablog ha illustrato il mio cineblog con locandine bellissime; ma la sua attività di locandiere comincia molto prima; eccone qui alcune:
Un film sulla crisi della coppia

Ed eccone un altro che denuncia le perversioni sessuali

Film di denuncia sociale dopo la cattura di Bernardo Provenzano

Film inchiesta sul problema degli extracomunitari

La Cina produce tutto: così sarà anche per le nostre vecchie favole!

Decablog si indigna per i finanzieri d'assalto della nostra economia!

Contro la monotonia della vita quotidiana

La rivelazione che Dan Brown è un grande umorista!

Un film sul grande caso sportivo che ha sconvolto il paese calcistico

Decablog parla della crisi delle vocazioni

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Un film letterario sulla vita di Petrarca
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Le nuove locandine di decablog sono qui.
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Tutte le altre, here, nella categoria La spada nella doccia.
Sul cineblog, inoltre, qui, tre nuove locandine di Loreto van de Velde.
Pussa via, moscerino!

Signor Italo Bignami, prego: insegno letteratura italiana agli studenti.

Signor Italo Bignami: lei non sa chi sono io!

Io lo so: lei è il tomo III* M-PD del vocabolario della lingua italiana Treccani.

Sono di più di questo: tu sai che cosa ha detto Cocteau di me?

Ne ha dette tante... Che cos'ha detto stavolta, Cocteau? Senta... le dispiace abbassarsi un po'? Tanto ho già visto che lei è grande e grosso e che ce l'ha duro... il dorso. Purtroppo a guardarla mi viene il torcicollo, perciò se desidera parlare con me le sarei grato di mettersi al mio livello senza esibire i suoi muscoli.
Così va bene?

Sì, grazie: mi dica che cosa ha detto Cocteau allora.

Ogni romanzo non è che un vocabolario in disordine: questo ha detto Cocteau. Ciò significa che tutto è in me. Io contengo vaste e ampie moltitudini. Tutti i romanzi sono organismi disordinati che riportano a me. Lei, perciò, che tratta di questi organismi disordinati, riassumendoli, non è altro che un riassuntino dei riassuntini che mi riassumono.

Signor bel tomo M-PD: me ne sbatto! Gli studenti mi adorano. La star della lingua italiana sono io. Lei è come Gloria Swanson sullo scaffale del tramonto.
Sta lì a far mostra di sé e ogni tanto qualcuno la consulta rischiando di prendersi il colpo della strega, tanto è pesante. Io sono giovane, sto con i giovani, entro nei loro zaini, ascolto l'ipod, gli emmepitré e quando c'è un dubbio mi prendono sempre in mano per accarezzarmi e consultarmi. Lei, bel tomo... ma chi la caga mai?
La Strofa, di lei e dei suoi fratelli, non se ne fa nulla. Lei è solo un trofeo da esposizione: il gusto snobistico di poter dire: Io ce l'ho, il Treccani!

[Diventando tutto rosso come il dorso dall'ira] Io... io... ti... ti spie... spie... ti spiezzo in due!

Ma che cosa vuoi spezzare in due? Rocky Balbetta! Sei così poco abituato a parlare (tanto poco ti consultano) che guarda come ti sei ridotto... Si dice spezzo!
Tu sei un dinosauro e farai la stessa fine dei dinosauri. Vuoi saperne una, eh? Vuoi proprio saperla?

Co... co... cosa?

La Strofa ha comprato il dizionario Battaglia della UTET in novantatré volumi! T'è capì? Ormai sei un rudere e pure pesante! Ti metterà in garage. Oppure tu che sei Treccani andrai a ramengo con i quattro cani di De gregori e insieme farete sette cani per strada il primo è un cane di guerra che nella bocca ossi non ha! Barbùn! Io, invece, io, etterno, duro...

[Molto provato... ansimando... ] Tu non puoi dirmi questo: io... faccio parte della grande enciclopedia nazionale: non sei gentile a dirmi questo.

Certo che non sono Gentile Giovanni: è stato lui a farti mica io. [urlando a mo' di slogan] Vocabolario, fascista: sei il primo della lista!
[Mentendo spudoratamente] Dài scherzavo, tu sei grande, sei un gigante. Senti... potresti mica chiedere al tuo fratello tomo II D-L una fionda?

Sì, certo... Eccola... ma dammela indietro presto: non vorrei che la Strofa si accorgesse che manca proprio la fionda tra le mie pagine..

[Il Bignami prende la fionda e la punta contro Treccani] La sai una cosa? Io non mi chiamo Italo. Io mi chiamo Davide! La vedi questa fionda? Beccati questa pietra nell'occhio centrale!
Che male... Ma cosa hai fatto?... Mi hai bignamentito, traditore... oddio... muoio... muoio... [Muore!]

E' morto. Sic transit gloria mundi... Quest'altra volta leggiti la Bibbia, ignorante, anziché illuderti di sapere tutto. Io so molto più di te. Nel mio piccolo, modestamente, sono un Bibbiabignami. E Dio sta coi poveri.

Bravo Bignami, bravo Davide: tutti abbiamo studiato su di te! Bravo. Bene hai fatto a sconfiggere il gigante Golia. Bravo!

Sono Loreta van de Velde: bravo Davide Bignami. Anche noi giovani studiamo ancora su di te. Bravo Davide. Bravo!

Sì, era un tomo francamente insopportabile. Però gioire per la sua morte... D'altronde è sempre stato così. A scuola il Bignami vince: strano però che nessuno studente abbia mai dato vita al movimento letterario del Riassuntismo...

Che cosa fosse accaduto, e perché, non sapevo, ma quando scrissi la parola cavallo (volevo scrivere un racconto su un cavallo e scrissi cavallo senza nemmeno metterci l'articolo), intravidi un'ombra gigantesca con la coda dell'occhio, sentii un nitrito equino, mi voltai subito a sinistra, e vidi un cavallo pezzato incastrato tra le pareti della mia stanza.
Il muso appiattito contro la finestra, da non potere nemmeno guardarci in bocca, e le chiappe serrate dalla parete opposta. Non poteva muoversi. Può darsi che anche lui avesse preso paura a vedere me perché sul pavimento c'era una torta cavallina di mezzo metro di diametro che fumava come un turco.
A parte il coccolone di vedermi lì un cavallo al quarto piano di un condominio, mi sembrava cosa buona e giusta portare il cavallo in zona più sicura. Ma come fare? Non era facile telefonare ai pompieri o ai caramba e dirgli che avevo un cavallo in casa. Come c'era arrivato?
Se gli avessi detto che l'avevo fatto apparire per averlo scritto sulla tastiera, sarei finita dritta a un centro di T.S.O. No, no: dovevo liberarmene da sola.
Siccome non sapevo nulla di cavalli, per farmi aiutare, scrissi la parola fantino e arrivò uno stangone di due metri che io non so quando mai avesse fatto il fantino in vita sua, costui. Oddio, vestito da fantino era vestito sì ma non ciavèva per nulla il fisico del ruolo.
"Io volevo giocare a pallacanestro" mi disse il fantino, scusandosi per l'evidente delusione che leggeva nei miei occhi "ma i miei erano appassionati di cavalli e mi è toccato diventare fantino. Ho vinto solo una gara in vita mia... correvamo in due e l'altro cavallo era un pony drogato."
"Fan certi guasti le mamme" convenni. Capii di avere fatto una scelta infelice a chiamare il fantino. Abitavo al quarto piano, come detto, e anche ammettendo che il fantino riucisse a disincagliare il cavallo arenato nella mia stanza, come sarebbero usciti quei due? In ascensore il cavallo non entrava e di scendere per le scale non era nemmeno il caso di parlarne.
Mentre ero lì che pensavo al da farsi, si aprì una finestrella sullo schermo che diceva:
IL NUOVO PROGRAMMA DI SCRITTURA WORD MAGIC DA LEI INSTALLATO LE OFFRE A DISPOSIZIONE ANCORA DUE PAROLE CREATRICI. GRAZIE PER AVERE SCELTO IL NOSTRO PRODOTTO.
"Prego" dissi io.
Ecco che cos'era accaduto. Ora sapevo a chi dare la colpa di tutte quelle apparizioni.
Di usare il macete invece che la tastiera, non era proprio il caso di parlarne.
Siccome pochi giorni prima avevo già ucciso una marchesa per colpa di Paul Valéry, e molti lettori si erano lamentati, figurarsi quel che sarebbe accaduto se avessi detto che mi ero sbarazzata del cavallo e del fantino facendoli a pezzi.
Un uomo o una donna li puoi far fuori al giorno d'oggi, ma se tocchi un animale per te è finita.
Niente macete: bisognava usare le ultime due parole di Word Magic per risolvere il caso.
Pensai di scrivere ippogrifo, ma c'era il rischio di fare comparire un altro ippogrifo invece di trasformare in ippogrifo il cavallo pezzato. E benché fosse il cavallo magico dell'Ariosto, caricarsi un cavallo con sopra un fantino di due metri e volare fuori dalla finestra, non era cosa nemmeno per lui.
Avrei potuto scrivere ali ma anche qui era una parola troppo vaga: e se invece delle ali equine mi fossero comparse le ali dei pannolini Lines? Secondo me il cavallo avrebbe fatto poca strada con quelle ali lì. Troppo indefinito il vocabolo ali. Avevo soltanto due parole.
Mi venne l'idea di scrivere cavallo finto per annullare il casino in cui mi ero messa: ma mi sarebbe rimasto quel cazzo di fantino in casa. E se scrivevo fantino finto mi sarebbe rimasto il cavallo. Punto e a capo.
Intanto il cavallo continuava a cagare e il fantino diceva che aveva fame e che avrebbe molto gradito una pizza. Provai a chiamare l'assistenza di Word Magic ma gli operatori del call center erano occupati e alla fine terminò l'orario in cui erano disponibili.
Scrissi centauro con le mani tremanti, temendo che arrivasse pure Chirone, ma fortunatamente, come avevo sperato, il fantino e il cavallo si fusero in un solo organismo. Adesso era il fantino che aveva il viso incollato alla finestra. Uno in meno comunque... Mi restava un'ultima parola. E la scrissi...
In realtà si trattava di tre parole. Le scrissi tutte attaccate sperando che Word Magic me l'accettasse. In fondo non avrei attivato il correttore ortografico.
Erano le tre parole di Coleridge che rivelano la magia delll'arte narrativa, e che ogni lettore dovrebbe avere scolpite sui muri di casa.
Parole che spiegano la disponibilità del lettore a seguire i mondi fantastici di chi scrive, l'apertura di credito che dà chi ascolta una favola, chi crede che esistano altri mondi; la simpatia mentale di chi è disposto a condividere la nascita di Anna Karenina, Pinocchio, Bartleby, Il Grande Inquisitore (e a cui crede, certo, se dedica ore e ore per sapere che cosa sarà di costoro); parole che racchiudono il principio e il senso ultimo di quella dimensione magica così reale chiamata finzione.
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Dove si spiega il perché Orlando è chiamato furioso.
Essere o non essere: a chi essere vicini nella libreria... questo è il problema. Se sia più nobile all'Orlando stare accanto al Boiardo o quando la sorella di Maria Strofa ti affianca la Banana Yoshimoto, prender l'armi contro un mare di triboli e riuscire un giorno a strozzare quella baldracca con la fettuccia segnalibro.
Morire, dormire, sognare forse... e cadendo dalla libreria (sfracellandosi) dirci che poniamo fine alle infinite miserie della carta... Quando Ivan Il'ich anticipò la sua morte perché gli era finito accanto Bruno Vespa. Riuscì a cadere, squinternandosi. E fu sostituito con un'altra copia!... E da allora messo accanto al grande Sklovskij, il biografo di Tolstoj. Morto, risorto, e in Paradiso. Che culo!
Ludovico sei dolce come un fico...

William, homo homini lupus in fabula. Stavo parlando con parole tue... e non mi ero accorto che ci avevano messi vicini. Mi inchino al tuo genio.

Non c'è bisogno che ti inchini. Proprio tu... Cervantes ti lesse in italiano: e ti teneva in conto di libro sublime. Io non ho avuto questo onore. D'altronde, come diceva Flaiano: io non ho letto Omero perché non conoscevo il greco ma nemmeno Omero conosceva l'inglese per leggere me. Non inchinarti, Ludovico...

Oh, William... ci sono abituato a inchinarmi. Ho dovuto inchinarmi tante volte per togliere gli stivaloni a Ippolito d'Este che inchinarmi davanti al più grande poeta di tutti i tempi è un piacere... Ma che cos'hai? Un sole nella copertina?

Ce l'abbiamo tutti e due, a quanto pare. O la Strofa l'ha fatto apposta per dire che noi siamo trai suoi astri più luminosi... oppure sa fare fotografie bene come sa disegnare. Hai visto come ha ridotto quel povero Paul Valéry? Be', la Strofa ha usato il flash per fotografarci e ce l'ha sparato dritto in pancia.

Fotografare? Flash Che cosa significa?

Hai ragione, Ludovico: fotografia, flash... ai nostri tempi mica c'erano 'ste robe. Sono stato accanto a un manuale della fotografia, per fortuna, e ho avuto modo di imparare: è un congegno che ci riprende e ci restituisce la nostra immagine più nitida e precisa di un dipinto.
La Strofa ha usato una specie di fiaccola per illuminarci meglio: perciò mi chiedevo se fosse intenzionale o meno. Ma lasciamo perdere. Siamo qui io e te, e figurati se dobbiamo parlare di quella sgallettata della Strofa.

Senti William, ma a volte non hai dei complessi di inferiorità?

Io? E nei confronti di chi?

Da un po' di tempo, capito sempre più spesso accanto a libri di cui le quarte di copertina dicono: invenzione originale, invenzione originale. Ma io e te che non abbiamo mai inventato una storia siamo diventati due deficienti?
Io ho ripreso la fabula dal Boiardo che l'ha ripresa a sua volta da una tradizione popolare: tu a quel che ne so hai preso a piene mani dal Bandello e da altri senza mai inventare nulla.

Altri tempi, Ludovico, altri tempi: scrivere bene non conta più niente. Ora per affermare la propria individualità bisogna trovare una storia che non sia mai stata scritta. Il mito dell'unicità, della genialità dell'artista che deve fare cose mai fatte prima. Sono tutte stronzate.
Che cosa vuoi inventare? L'animo umano... le relazioni tra uomini e donne sono quelle: l'importante è saperle rendere bene. Tu hai reso divina la storia di Angelica e dei paladini. Nessuno, come pur auspicasti, ha cantato con miglior plettro del tuo. E Omero, allora, che cosa ha inventato anche lui?

Hai mai parlato con Omero, William?

Macché... Ci sono stato vicino un sacco di volte, soltanto che l'aedo cieco non mi vede mai, cazzo... E siccome è diffidente... tace perché pensa che qualcuno gli giochi degli scherzi. Omero è incazzoso. Quando sente dire con troppa facilità Questo è il nuovo Proust, quello è degno di stare accanto a Dostoveskij, va giù di testa.
Sicché se uno gli rivolge la parola, pensa che sia magari un poetonzolo che vuole fargli uno scherzo spacciandosi per me. In ogni libreria ci sono dei mostri caro il mio Lodovico. C'è sempre una zia o un cugino che pubblicano un libro di poesie e ti obbligano a metterli sugli scaffali. E come si può fare in questi casi?
Li occulti e li ritiri fuori ogni volta che vengono in casa tua? Troppo scomodo... Una volta, per tre mesi sono stato accanto a Ildegarda Bonomi Stizzoni, amica di scuola di Maria Strofa. Pensa te se questa è vita. Non mi tirava nemmeno più la rilegatura dal tanto che mi cadevano le pagine.

Sento dei rumori strani. Arriva Cecilia, la sorella della Strofa... 'cazzo fa?... Mi mette le mani addosso... Volo... Puttana Eva... mi ha messo accanto a City di Baricco.
Speriamo che mi torni a spostare dopo che ha trovato quel cazzo di libro in seconda fila!

Cecilia sposta anche me... Mi sta sollevando, merda... Ludovicoooo... mi senti?... Che bastarda... sto andando verso la Tamaro. Nooooooo... Vado dove mi porta la sfiga!

William... William... Dov'è andato?... L'hanno spostato. Non lo sento più... Cecilia, come cantavano Simon & Garfunkel, you're breaking my balls... Ha trovato il libro, la Cecilia Strofa: eppur non si muove... non mi sposta. Rimango vicino a Baricco. Scaffale ricco, sì... guarda questo dito: ch'in culo te lo ficco.
E se Baricco mi rivolge la parola faccio come Omero, faccio. Non lo cago neanche di striscio. Fanculo questa vita da libri.
Era meglio morire da piccoli...
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A chi non l'avesse ancora visto segnalo il post di sgnapisvirgola sul meraviglioso libro meccanico, qui.
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Nuova stupenda locandina per il cineblog, here.
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Maria scrisse l’incipit del nuovo romanzo:
La marchesa uscì alle sei...
Tutta contenta, telefonò al suo adorato amico Alfiuccio Homais Squillaci per avere un commento.
“Mi spiace” rispose Alfiuccio “ma fa schifo. "E poi... si sa bene che non si può più scrivere una roba del genere.”
“Chi l’ha detto?”
“Lo dice Breton nel Manifesto sul surrealismo riportando un propos di Paul Valéry. Paul Valéry non voleva più imbattersi in romanzi che cominciassero con frasi come La marchesa uscì alle cinque."
“Ma la mia marchesa esce alle sei” obiettò Maria.
“Sarà a causa dell’ora legale” replicò Alfiuccio “Ma che importa? Sei o cinque non fa differenza.”
“E che cosa me ne faccio allora della marchesa? Posso mica tenerla sequestrata in casa. Anche i detenuti hanno un’ora d’aria.”
“Veditela tu con la tua marchesa: io sono d’accordo con Paul Valéry.”
[…]
“Marchesa” disse Maria “non si può uscire né alle cinque né alle sei.”
“Ma io ho un appuntamento con il marchese Bellomo di Pippafratta!” protestò la marchesa.
“Telefoniamogli per avvertirlo... Mi dia il numero... Pronto?... Parlo con il marchese Bellomo di Pippafratta?... La signora marchesa è impossibilitata a uscire oggi. Potrebbe raggiungerla qui da me?”
“Stavo per andare dalla marchesa ma il maggiordomo mi ha detto che secondo un certo Paul Valéry non posso uscire nemmeno io” rispose il marchese Bellomo di Pippafratta.
“Guardi che Paul Valéry parlava di marchesa, non di marchese.”
“Non fa differenza: ogni persona ha una parte femminile e una maschile. Ora, come faccio a fare uscire soltanto la parte maschile tenendo in casa quella femminile? Nei libri accade, ma nella realtà… Mica posso fare il marchese dimezzato di Calvino.”
“Era visconte quello dimezzato, non marchese” disse Maria.
“Visconte o marchese è uguale. Per farlo uscire, Calvino l’ha tagliato a metà: ma io non ci penso proprio a farmi dimezzare. Mi spiace ma non posso uscire.”
“Signora marchesa, il marchese Bellomo di Pippafratta non può uscire nemmeno lui.”
“Vado a fare un pisolino nella mia stanza. Ho una terribile emicrania. Mi porti il tè fra un’ora.”
[…]
Maria entrò nella camera degli ospiti con una mazza da baseball. Guardò la marchesa che stava sonnecchiando e le diede due mazzate sfracellandole un po’ il cranio. La marchesa morì sul colpo: il secondo.
'Mica posso mantenere una marchesa in casa per colpa di Paul Valéry' pensò Maria 'Il mio reddito basta appena per me. E non ho intenzione di far la serva di una marchesa.'
“Pronto, Alfiuccio… passami Paul Valéry che devo dirgli una cosa.”
“E’ uscito alle cinque per andare a casa della marchesa Bellomo di Pippafratta perché lei non poteva uscire.”
"Esco subito anch’io" disse Maria. Erano le cinque e cinque. Prese la mazza da baseball e andò dal marchese Bellomo di Pippafratta; abitandogli molto vicino sapeva che sarebbe arrivata prima di Paul Valéry. 'Voglio fare un regalo al marchese e raccontargli tutto.'
Prima di uscire, cambiò l'incipit del nuovo romanzo:
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Per la questione relativa alla marchesa delle cinque e Paul Valery, vedere trafiletto a destra, qui.